Il rifiuto europeo (e il pragmatismo di Sarkozy)
E’ un rapporto complicato quello tra i paesi che compongono l’Unione europea, i loro governi e i loro cittadini. Va spesso in crisi – almeno tre volte nel giro di tre anni, se si contano soltanto le débâcle conclamate – e cerca di scrollarsi di dosso l’ansia da progetto non riuscito prendendo tempo. Lettori del Foglio on line, dite la vostra su Hyde Park Corner Clicca qui e leggi l'intervista a Lucio Caracciolo: "Sull'Unione bisogna votare ovunque"

Roma. E’ un rapporto complicato quello tra i paesi che compongono l’Unione europea, i loro governi e i loro cittadini. Va spesso in crisi – almeno tre volte nel giro di tre anni, se si contano soltanto le débâcle conclamate – e cerca di scrollarsi di dosso l’ansia da progetto non riuscito prendendo tempo. Dopo i “no” alla Costituzione europea da parte di francesi e olandesi, nel 2005, la riflessione durò almeno un anno e finì con un minitrattato frutto soprattutto della concreta collaborazione tra Parigi e Berlino – quello di Lisbona appunto – da ratificare possibilmente in Parlamento, con l’unica incognita dell’Irlanda. Come ha scritto ieri il Financial Times, Bruxelles ha qualità in abbondanza, “tranne il dono di scrivere trattati semplici in grado di conquistare cuori e menti degli europei”. In questo caso, lo 0,2 per cento della popolazione dell’Unione europea – 862 mila e 415 irlandesi – ha decretato un altro stop al processo di semplificazione di un’Europa in allargamento dettato dall’esigenza più semplice: dare un numero di telefono alle altre potenze mondiali cui risponda una voce che parla per tutti i 27 paesi dell’Ue. Al fondo di questo lavorio (che, paradossalmente, ha contribuito grandemente, con faldoni e procedure e direttive, ad alienare le simpatie dei cittadini) c’è la concezione stessa dell’Ue, la sua identità, quella che dice di non voler essere “under God” ma che non sa sbarazzarsi dei cecchini sparsi sul suo territorio. Al fondo di questo lavorio c’è anche una delle politiche più di successo dell’azione europea: l’allargamento, il coinvolgimento dei paesi limitrofi in un processo di armonizzazione economica e, nelle intenzioni, politica.
Non stupisce che ora, di fronte all’impasse, ritorni nei corridoi di Bruxelles il mantra dell’Europa a due velocità. Lo ha detto senza mezzi termini un eurocrate come il primo ministro del Lussemburgo, Jean-Claude Juncker, avanzando l’ipotesi dell’Europa salvata dal “club dei pochi”. E’ la riproposizione in chiave nazionale dell’approccio “hard core” lanciato nel 1994 da due tedeschi conservatori, Wolfgang Schäuble e Karl Lamers, che prevedeva l’individuazione di ambiti specifici sottoposti alla sovranità europea. Ma allora come oggi, che siano tematiche o stati a essere inclusi in una corsa a due velocità, il problema resta quello di crescere, di passare da un’entità economica a una politica, di coinvolgere o di escludere. Non a caso gli inglesi – che partecipano al progetto europeo a modo loro – sono contrari alla soluzione a due velocità perché andrebbe contro quella logica inclusiva che sta alla base della loro idea di Europa. Il premier Gordon Brown dice che l’iter di ratifica del Trattato va avanti: domani i Lord rileggeranno il testo per la terza volta e, se daranno il lasciapassare, la regina d’Inghilterra apporrà la firma. Il ministro degli Esteri, David Miliband, ha spiegato che “non è nel nostro interesse” una soluzione che vede un pezzo di Ue che va avanti e uno che segue, non si sa come né quando. Il “no” irlandese, secondo l’anglosfera, dev’essere interpretato non come un modo per tornare alle origini – pochi paesi e magari senza il vincolo dell’unanimità – ma per salvare quel che di buono c’è nell’Europa odierna. Per il Wall Street Journal, il Trattato di Lisbona “non ci mancherà”, l’Irlanda ha dato una lezione di maturità: “Ha accettato l’euro, ha usato la sua efficienza per attirare capitali e raggiungere una prosperità mai vista nella storia”, ora spiega che “i vantaggi dell’Ue non richiedono anche la cessione della sovranità politica alla burocrazia di Bruxelles”.
Non stupisce che ora, di fronte all’impasse, ritorni nei corridoi di Bruxelles il mantra dell’Europa a due velocità. Lo ha detto senza mezzi termini un eurocrate come il primo ministro del Lussemburgo, Jean-Claude Juncker, avanzando l’ipotesi dell’Europa salvata dal “club dei pochi”. E’ la riproposizione in chiave nazionale dell’approccio “hard core” lanciato nel 1994 da due tedeschi conservatori, Wolfgang Schäuble e Karl Lamers, che prevedeva l’individuazione di ambiti specifici sottoposti alla sovranità europea. Ma allora come oggi, che siano tematiche o stati a essere inclusi in una corsa a due velocità, il problema resta quello di crescere, di passare da un’entità economica a una politica, di coinvolgere o di escludere. Non a caso gli inglesi – che partecipano al progetto europeo a modo loro – sono contrari alla soluzione a due velocità perché andrebbe contro quella logica inclusiva che sta alla base della loro idea di Europa. Il premier Gordon Brown dice che l’iter di ratifica del Trattato va avanti: domani i Lord rileggeranno il testo per la terza volta e, se daranno il lasciapassare, la regina d’Inghilterra apporrà la firma. Il ministro degli Esteri, David Miliband, ha spiegato che “non è nel nostro interesse” una soluzione che vede un pezzo di Ue che va avanti e uno che segue, non si sa come né quando. Il “no” irlandese, secondo l’anglosfera, dev’essere interpretato non come un modo per tornare alle origini – pochi paesi e magari senza il vincolo dell’unanimità – ma per salvare quel che di buono c’è nell’Europa odierna. Per il Wall Street Journal, il Trattato di Lisbona “non ci mancherà”, l’Irlanda ha dato una lezione di maturità: “Ha accettato l’euro, ha usato la sua efficienza per attirare capitali e raggiungere una prosperità mai vista nella storia”, ora spiega che “i vantaggi dell’Ue non richiedono anche la cessione della sovranità politica alla burocrazia di Bruxelles”.
Anche il Financial Times spiega che l’Europa, come spesso le accade, sprovvista di un piano alternativo, deve scegliere se progredire o lasciarsi attirare nella rete di chi vuole uccidere il progetto. La modalità di successo è l’inclusione: apertura alla Turchia, all’Ucraina, alla Georgia, ai paesi che mostrano una vocazione vagamente occidentale e di mercato. La natura politica dell’Ue potrebbe risentirne grandemente, ma il continente crescerebbe sia in termini economici sia in peso specifico di cittadini e di istanze da far valere nei consessi internazionali. Il motore dell’Europa, capitanato da Nicolas Sarkozy e da Angela Merkel, il mai domo asse franco-tedesco, è sì atlantista, ma sull’allargamento non ci sente. Il risultato quasi sicuro di questa crisi è che a farne le spese sarà la visione inclusiva dell’Ue. L’est, che ha un rapporto di amore e odio con Bruxelles, non vuole disperdere troppo gli aiuti all’integrazione; l’Italia è a favore dei negoziati per l’ingresso della Turchia, ma su Ucraina e Georgia non vuole irritare troppo il partner russo; gli altri paesi non hanno mostrato di voler impuntarsi sulla questione. Nonostante siano tante le fasce di popolazione che, da Riga a Lisbona, si sono disaffezionate all’Europa, i governi oggi scelgono la via della concretezza. Sarà una riflessione pragmatica quella che aspetta l’Ue. La vuole Sarkozy, presidente francese e presidente dell’Ue, non solo perché il minitrattato è una sua idea così come quella di lasciare l’Europa, a gennaio 2009, rifondata da qualche scheggia di “rupture”. Libération ieri ha suggerito sette vie per salvare l’Ue, dal rafforzamento del Parlamento europeo all’attenzione “ai problemi quotidiani”, ma Sarkozy ha già deciso che immigrazione e sicurezza, così come la concessione – già di fatto ottenuta – di non fare più del debito una croce per i governi dell’Ue, saranno i temi di cui si parlerà. Il Trattato scivolerà via, per quanto possibile. Come spiega Anand Menon, autore del libro “Europe: State of the Union”, il continente ha troppe cose di cui occuparsi piuttosto che “perdere tempo ed energie ancora una volta nella costruzione delle istituzioni e nel suo modo di essere introverso”.
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